La luna

Un breve testo

Introduzione

“La luna” nasce dall’incontro con un paziente con diagnosi di schizofrenia, ma prima ancora dall’incontro con una persona, con le sue fragilità, i suoi vuoti, la sua storia intricata e incisiva. È l’approfondimento di sole quattro frasi, all’apparenza insensate, ma portatrici di un significato profondo.

Ho intitolato questo testo “La luna” perché, oltre a richiamare una delle frasi emblematiche di Lucio – nome di fantasia che ho scelto per la sua connessione etimologica con “lux” (“luce”) – la luna è proprio come noi: ha delle buche, alcune anche molto profonde, ma non per questo è meno luminosa. Ci sono i crateri, le imperfezioni, eppure brilla.

Terenzio diceva “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”: “Sono un essere umano, tutto ciò che è umano mi riguarda”. E, così, possiamo facilmente ritrovarci e immergerci nelle frasi di Lucio, recuperarne il senso umano, adattarlo alla nostra esperienza e farne un insegnamento di valore. Ciò che vorrei rimanesse è il profondo rispetto verso la sofferenza umana, che può assumere molteplici sfaccettature, forme, livelli di intensità, ma ci riguarda tutti, seppur si esprima con modalità uniche e irripetibili.

E allora proviamo ad andare oltre le etichette, i pregiudizi, a stabilire connessioni profonde con il sentito dell’altro. Iniziamo ad ascoltarci ed ascoltare. Diamo dignità al dolore, diamogli un valore. Rispettiamo e onoriamo la luna, che sia nostra o di altri.

“Non voglio andare al di là della linea, oltre il limite”

Quando cammina, Lucio presta molta attenzione a non varcare alcune linee date dalle fughe delle piastrelle. A quelle righe di divisione attribuisce il concetto di “limite”, un confine che per lui è invalicabile.

Di frequente, nel momento in cui si accorge che i suoi compagni di gruppo e i vari operatori del C.P.S. le oltrepassano con indifferenza, irrompe nel silenzio e domanda loro con tono sconcertato: “Ma voi siete al di là del limite?”. Spesso, l’interlocutore che ha di fronte dà poca importanza al suo quesito bizzarro e lo ignora, finge di non averlo sentito oppure risponde con un accenno di sorriso imbarazzato, unito ad uno sguardo perplesso. Così, Lucio si chiude nel silenzio e sul suo volto cala un’espressione turbata, d’inquietudine, come se non riuscisse a spiegarsi la vista di così tante persone “oltre il limite”, per giunta impassibili. In uno di questi momenti, provo a domandargli perché è così restio a varcare la soglia di alcune mattonelle. La risposta non tarda ad arrivare: “È che io… Sono stato così tanto tempo oltre quella linea… Non voglio più farlo…”. Gli chiedo se può e vuole raccontarmi in quali situazioni della sua vita si è sentito oltre il limite. “Lo sono stato tante volte, troppe, purtroppo. Quando le persone vanno oltre il limite finiscono al C.P.S. Avevo diciannove anni. Poi, se non si fermano, vengono inserite in un C.R.A.

Avevo 25 anni. E poi, se vanno ancora oltre, vengono ricoverate in S.P.D.C. Non so neanche quanti anni avevo al mio primo ricovero. Ma non voglio più andarci, ho smesso di andare oltre il limite. Mi fermo al C.P.S., qui prendo le terapie per stare meglio. Ma oltre la linea, ancora… Oltre, no. Basta”.

Si evidenzia il pensiero concreto di Lucio: per lui, il limite come concetto astratto non esiste ed è tradotto nella linea separatoria delle mattonelle, che non si può più permettere di oltrepassare. Il linguaggio non è più una finzione vitale, uno strumento utile a favorire la convivenza sociale e agevolare la comprensione reciproca, ma diviene dogmatico, cristallizzato, per cui significato e significante divengono indistinguibili.

Wible afferma che ogni terapeuta è chiamato ad “imparare” la forma particolare di linguaggio soggettivo di quello specifico paziente come fosse una lingua nata e sviluppata in base ad una storia di sofferenza mentale. Nelle parole di Lucio, colgo un sentimento di inferiorità profondo associato all’essersi sentito, che per lui assume la connotazione di un netto “essere stato”, oltre il limite, oltre le regole, la norma, il convenzionale, il giusto, l’accettabile. Un giorno, dopo avermi osservata per qualche istante, Lucio mi volge uno sguardo crucciato e afferma: “Tu non vai oltre il limite. Rimani al di qua della linea (indicando un’intersezione che divideva il pavimento della stanza). Io sono al C.P.S., tu ricevi quelli come me”. Nella sua comunicazione non verbale, ho avvertito un intenso senso di amarezza per la sua condizione di “paziente psichiatrico”, come se avesse valicato inesorabilmente un confine decisivo, che permette di distinguere tra gli operatori della salute mentale e i pazienti, i sani e i malati, i giusti e gli sbagliati. In lui alberga una visione categoriale e dicotomica delle psicopatologie, che differenzia in modo rigido gli affetti dagli esenti, mentre avrei voluto proporgli un’immagine diversa, più morbida e dimensionale, che accorciasse le distanze tra me e lui. Gli rispondo istintivamente: “Penso che a tutti capiti o sia capitato di scavalcare la linea, essere oltre il limite, anche se per alcuni è più visibile. Nessuno è perfetto, ognuno ha le sue fragilità”. Lucio mi guarda in modo sorpreso e poi un nuovo sorriso illumina il suo volto. Non aggiunge altro, ma in quell’istante ho sentito intimamente che si fosse instaurata una prima connessione tra di noi: se la distanza linguistica, riferita soprattutto ad un eloquio improntato su una logica privata, nonché basato su nessi associativi del tutto interni e personali, ci aveva sempre impedito di entrare realmente in contatto, in quel momento mi è parso di vivere una sincera esperienza di condivisione, un moment of meeting. Da quella volta, le nostre conversazioni non furono più le stesse e Lucio iniziò a raccontarsi molto di più, a tratti adottando un linguaggio più coerente e socialmente comprensibile.

“Devo sempre indossare la cintura”

Quando Lucio arriva agli incontri, sempre puntuale, una delle sue prime azioni, ormai divenuta un rituale, è quella di verificare quanti tra i presenti indossano la cintura. Osserva attentamente ogni persona e, passando tra una e l’altra, esclama: “Ti sei scordato la cintura, attento!” oppure “Tu indossi le bretelle, si vede che hai paura che ti cadano i pantaloni” o ancora “Tu te la sei ricordata, bene, ora non perderla”. La solerzia con cui effettua questa attività di controllo preliminare ad ogni riunione mi ha incuriosita fin da subito. Così, una volta ho provato a chiedergli perché per lui fosse così importante accertarsi che indossassimo tutti la cintura. “Ti sembra poco portare la cintura?”, mi risponde con un tono stizzito. Decido di non porgli ulteriori domande, attendendo il momento in cui avrebbe scelto lui di parlarmene. Non volevo irritarlo o risultare invadente, avevo il sentore che per Lucio questo fosse un tema delicato e denso di significati nascosti, nonostante, in apparenza, potesse sembrare banale. A distanza di qualche settimana da quello scambio, Lucio mi racconta spontaneamente un ricordo infantile, in termini adleriani un “rapporto”: “Ero un bambino, andavo alle elementari. Per le strade del paese, vedevo spesso un signore, un tale Colombo. Era il matto del paese, tutti lo conoscevano come ‘il matto’. I grandi ci dicevano di non avvicinarci troppo perché era pericoloso. Ricordo che molte volte si calava i pantaloni e restava in mutande; capitava che si togliesse persino quelle”.

Rimane in silenzio per qualche istante e poi prosegue il discorso riportandomi un altro racconto, che inizialmente sembrava scollegato, mentre, in realtà, era profondamente connesso: “Quando ero in S.P.D.C. mi avevano tolto le stringhe e la cintura perché avevano paura che potessi farmi del male o fare del male agli altri”. Scruto il suo volto e mi accorgo di uno sguardo assente, smarrito. D’istinto, gli pongo la domanda: “Quando eri in S.P.D.C., senza cintura, ti sei sentito come quel Colombo di cui mi parlavi?”. Lucio mi risponde immediatamente: “Io SONO Colombo. Mi cadono i pantaloni, se non sto attento. Sono un uomo pericoloso che può rimanere in mutande e, a volte, perde anche quelle”.

In un’altra occasione, narrandomi alcune sue esperienze giovanili, Lucio afferma: “Fino a 18 anni, portavo la cintura. Poi ho smesso, non l’ho più indossata, anzi, peggio, ho smesso di portare anche le mutande, non so perché, ma le ho perse, e insieme ho perso la dignità…”. “Non stavi bene, Lucio?”, gli chiedo. “No. La scuola che frequentavo si chiamava Amerigo Vespucci. Non è stato Colombo a scoprire l’America, è stato Amerigo Vespucci. Ma io sono Colombo e non ho scoperto niente, sono stato solo molto male”. Rimango parecchio colpita dalla sofferenza radicata dietro le sue parole e mi limito a rispondergli con la prima frase che mi viene in mente: “Tu sei Lucio, non sei Colombo”. Non controbatte, ma mi sorride, un’altra volta.

In ogni dialogo con Lucio, avverto un desiderio centrale, prioritario, che si pone come il fulcro unificante dei suoi atteggiamenti e comportamenti, in altri termini, del suo stile di vita. È ciò che io identifico come la sua meta finale finzionale: essere accettato e riconosciuto come persona degna e rispettabile. Questa ricerca esasperata, tuttavia, si scontra con un sentimento di inferiorità abnorme, dovuto alla consapevolezza della sua malattia, che per Lucio sconfina nella perdita di dignità umana. Valicare i limiti e smettere di indossare la cintura, o addirittura le mutande, sono alcune delle espressioni con cui egli descrive la psicopatologia, che, dal suo pulpito, rende chi ne è affetto pericoloso, sofferente, inabile. Lucio ne è terrorizzato e si impegna scrupolosamente a non oltrepassare le fughe delle piastrelle oppure a calzare un vestiario che gli permetta di avere sempre i pantaloni ben saldi ai fianchi. Al contempo, si comporta come un cittadino attivo e si adopera per dare un contributo consistente alle varie realtà del territorio con cui collabora come volontario. Quando viene valorizzato e legittimato nei suoi aspetti di malattia, il sorriso che prende forma sul suo volto è così potente da toccarmi nel profondo, ad un livello intimo e viscerale. È il sorriso di un uomo grato, semplicemente perché esiste come persona e non è ridotto ad una fredda e alienante diagnosi.

Un giorno, durante un incontro, mi sono presentata con un piede ingessato a causa di una frattura. Lucio mi osserva con attenzione. Dopo avermi detto che mi trova “in gamba”, assume un’espressione seria e indagatrice e mi chiede: “Quando sei caduta e ti sei fatta male, non hai avuto paura di perdere la cintura?”. Ho sentito subito che questa domanda fosse molto importante per lui, in quanto sondava la presunta “perfezione” degli operatori, che, secondo la sua concezione, non oltrepassano mai i limiti, a differenza dei pazienti. “Certo, Lucio”, gli rispondo. “Forse l’ho anche persa, quando sono caduta. Gridavo e chiedevo aiuto. Mi sono sentita molto male”. Lucio mi guarda, sembra sorpreso. Poi annuisce, in segno di comprensione.

“Non voglio essere pallido, non voglio essere inter”

Un giorno, Lucio arriva largamente in anticipo all’incontro di gruppo. Mi saluta calorosamente e si siede al mio fianco nella sala d’attesa del C.P.S. Dopodiché, non proferisce parola per diversi minuti. Noto che sta esaminando con attenzione tutti i presenti: studia i volti, le andature, il tono di voce; sembra concentrato a cogliere ogni particolare, ogni sottigliezza. È insolitamente silenzioso, quando, all’improvviso, commenta: “Quello lì è un Inter, si vede… È proprio un Inter…”. Dopo una breve esitazione, gli domando: “Chi sono gli Inter, per te, Lucio?”. “Come chi sono?! Gli Inter si riconoscono subito. Li distingui dagli altri per la postura e per la cera. Camminano ingobbiti, con lo sguardo basso e le spalle ricurve. Sono pallidi, smunti, hanno una brutta cera. Ecco, guarda, le persone che stanno passando adesso sono degli Inter, li vedi?! Sono proprio da psichiatria”.

Lucio parla con fervore, intento a captare ogni dettaglio della scena. “Cosa ti fa venire in mente il termine Inter?”, gli chiedo. Dopo un attimo di silenzio, in cui lo sguardo di Lucio si fa più assorto e pensieroso, mi risponde: “Ero in C.R.A. Di fronte a me c’era una lavagnetta su cui gli operatori avevano scritto la Legge 180, quella di Basaglia. C’era anche la sigla Inter. Quella legge ha chiuso i manicomi per tutti gli Inter”.

Lo ascolto con interesse e mi accorgo che sul volto di Lucio è calata un’espressione preoccupata, di turbamento. Non faccio in tempo a replicare che prosegue subito il discorso, aggiungendo: “Io spero di non essere Inter. Non voglio avere quella postura e quella cera. Non voglio essere bianco come la luna”. “Come la luna?”, gli domando. “Sì, la luna è Inter. La Terra è solida, è un appoggio, è sicura. La luna… Non vedi che cera che ha? Com’è pallida? Com’è incerta?”. Per qualche istante, mi soffermo a riflettere sulle frasi che ha appena pronunciato e, ancora una volta, mi sento attraversata dalla potenza delle sue metafore, che per lui sono molto di più di meri simboli: per Lucio corrispondono a certezze assolute, equivalenze indiscutibili, finzioni rafforzate. L’intensità con cui le comunica è disarmante. Cerco con cura le parole da usare, conscia che è un altro tema delicato per lui, fino a che gli rispondo: “Hai ragione, Lucio, noi poggiamo sulla Terra, che è stabile e dà sicurezza. Però poi guardiamo la luna, te ne sei mai accorto? E che bella che è la luna!”. Lucio mi guarda sbigottito, poi ripete a bassa voce l’ultima frase che gli ho detto, come se stesse parlando a sé stesso: “Che-bella-che-è-la-luna…”. Cala il silenzio. Poco dopo, sopraggiungono gli altri membri del gruppo e ha ufficialmente inizio l’incontro.

Qualche giorno dopo, quando entro in C.P.S., Lucio mi accoglie con una frase tanto inaspettata quanto emozionante: “Cristina, volevo dirti che ho iniziato a tifare Inter, e non parlo della squadra di calcio!”. Sorrido e gli rispondo: “Tifiamo la stessa squadra, allora”. Per me questo è un momento molto significativo, un “now moment”, in quanto Lucio, per la prima volta da quando lo conosco, manifesta un atteggiamento più benevolo e gentile verso le persone con una diagnosi psichiatrica. Affermare che fa il tifo per “gli Inter” è un passo importante, di svolta e accettazione: il giudizio aspro e severo verso “coloro che non indossano la cintura e sono oltre il limite” cede il passo a una nuova componente di sostegno e incoraggiamento.

Nonostante ciò, nel corso degli incontri seguenti, capita che Lucio torni ad esprimere il suo desiderio di non rientrare più nella categoria degli “Inter”. “Hai visto? Mi sono abbronzato, non ho più una cera bianca, quindi sono meno Inter”, mi dice un giorno. “Invece io sono pallida, Lucio: sono un’Inter!”, gli rispondo. “No, tu non sei Inter, tu ricevi gli Inter”, replica con un tono deciso. “E se avessimo tutti degli aspetti Inter?” gli chiedo. Non gli lascio il tempo di controbattere e aggiungo: “Io credo che sia proprio così, siamo tutti un po’ Inter”. Lucio mi guarda dubbioso, sembra sia sul punto di dire altro, ma poi rimane in silenzio. Il restante tempo dell’incontro lo trascorre tacendo, in uno stato di ritiro sociale. Appare dissociato rispetto ai discorsi dei compagni di gruppo, nonché estraniato dalla realtà circostante. Quando giunge il momento di congedarci, però, mi saluta strizzandomi l’occhiolino: lo sento di nuovo vicino, come se ci fossimo intesi.

"Ci sono le Brigate rosse"

Non c’è un incontro in cui Lucio manchi di citare le Brigate Rosse e la tragica morte di Aldo Moro. Ne parla nei più disparati modi, formulando associazioni e nessi insoliti e bizzarri, ma, la maggior parte delle volte, il suo intento è mettere in guardia i compagni di gruppo circa la loro presunta presenza al C.P.S.: “Attenti, ci sono le Brigate Rosse che mettono il dito nella piaga”, “Ecco che arrivano, le Brigate Rosse!”. “Dove le vedi, Lucio?”, gli chiedo un giorno. “Dappertutto, le Brigate Rosse sono i manicomi”. “I manicomi non ci sono più da tempo, Lucio”. “No, Basaglia è Aldo Moro ed è stato ucciso dalle Brigate Rosse”.

Mi rendo conto che non c’è alcuna possibilità di mettere in discussione le sue convinzioni, di carattere delirante, con l’utilizzo di argomentazioni logiche e di derivazione storica, in quanto l’indubitabilità è una prerogativa stessa dei deliri. Tuttavia, laddove non è possibile stimolare nuove riflessioni, c’è ancora qualcosa che si può fare: ascoltare l’altro e i vissuti emotivi profondi che lo attraversano. È un aspetto, a parer mio, ancora più importante e significativo, che spesso si nega a chi ha una diagnosi così invalidante e socialmente distanziante come la schizofrenia. È un bias cognitivo ricorrente quello di credere che il linguaggio del paziente psicotico non sia degno di una vera considerazione, per via della sua insensatezza strutturale.

In realtà, Lucio me lo ha dimostrato innumerevoli volte: seppur rimangano su un piano concreto, i suoi deliri sono densi di un elevato valore simbolico, che possono comprendere solo coloro che scelgono di ascoltarlo con un interesse autentico e genuino. Se da un lato non si adattano alla logica comune, dall’altro lato, i suoi discorsi seguono una coerenza interna, privata, riferita al suo stile di vita. La mia curiosità verso il suo mondo interno, così ricco e variegato, ha fin da subito sorpreso Lucio, il quale, nel susseguirsi degli incontri, mi ha permesso di accedere ai suoi vissuti più intimi.

“Cosa ti fa paura, Lucio?”, gli domando. “Le Brigate Rosse hanno tolto alle persone la possibilità di sperare, di vivere… Hanno tolto la dignità”, mi spiega. Il suo tono di voce è basso e il suo sguardo spento. Prosegue narrandomi spontaneamente uno dei suoi primi ricordi: “Avevo cinque anni. Era il 1978. Al telegiornale sentii che Aldo Moro era stato ucciso dalle Brigate Rosse e Basaglia aveva chiuso i manicomi con la Legge 180”. Dopo una breve pausa di silenzio, aggiunge: “Chiudere i manicomi dà ai pazienti nuove possibilità di vivere… Ma Basaglia è stato ucciso dalle Brigate Rosse. Aldo Moro era uno che portava la cintura. I manicomi ci sono ancora, sono le Brigate Rosse”.

Lucio vede le Brigate Rosse, che nella sua visione coincidono con i manicomi, nelle persone che non portano rispetto ai pazienti psichiatrici, in chi li insulta, li offende, li trascura, li ignora. Le Brigate Rosse sono presenti in tutti coloro che assumono un atteggiamento deumanizzante verso chi frequenta il C.P.S., i C.R.A. o chi giunge in S.P.D.C. Le Brigate Rosse privano le persone della propria identità, del loro senso di esistere, riducendole a una semplice etichetta: la diagnosi. “Le Brigate Rosse non mi facevano accettare la mia malattia”, dice Lucio, e, in quelle parole, colgo il dolore di un uomo che, ad un certo punto della sua vita, si sente spogliato di ciò di più intimo e caro che ha: la sua stessa persona. È la sofferenza di un uomo che si sente identificato solo attraverso il marchio di “pazzo” o “malato mentale”. Chi ascolta i pazzi? Chi dà valore alle loro parole, ai loro discorsi privi di connessioni apparenti? Chi sta loro vicino, in un senso affettivo e non solo pratico/contenitivo? Questi sono interrogativi che Lucio non mi ha mai esplicitato in maniera diretta, ma che ho dedotto e sentito intimamente ogni volta che mi parlava della sua paura verso le Brigate Rosse.

“Prima del limite c’è la luce, se vai oltre solo il buio”, mi dice una volta Lucio. Lo sguardo è triste, il tono di voce basso. Ho pensato a lungo a questa frase e al dolore che cela, ma poi ho realizzato che a Lucio è sfuggito un dettaglio, un particolare banale ma che fa un’enorme differenza. Me lo ha insegnato lui stesso, grazie alla sua persona: è proprio nell’oscurità che si può vedere, in tutta la sua luminosità e bellezza, la luna.

Dott.ssa Cristina Loda